Il mio sistema binario.

« Se due stelle dovessero essere posizionate l’una vicino all’altra e nello stesso tempo essere abbastanza distanti dalle altre per non essere influenzate dalla loro attrazione, esse comporrebbero un sistema separato tenuto unito dal legame della loro mutua attrazione gravitazionale. Questo sistema dovrebbe essere chiamato una vera stella doppia; e ogni coppia di stelle che sono così mutualmente connesse, forma un sistema binario siderale. »

 

In questo blog scriverò di me stessa, di chi sono o almeno credo di essere e di chi spero di diventare.

Tra i miei pensieri, dubbi e racconti personali,  pubblicherò di tanto in tanto anche piccoli capitoli di un libro che un giorno vorrei finire e, se sarò abbastanza fortunata, magari anche pubblicare.

Spero vi piaccia. 🙂

 

 

 

 

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I miei libri.

Sono sempre stata una ragazza romantica.
Una di quella che trova rifugio nei romanzi d’amore, che si immedesima nelle protagoniste e finisce col provare le loro stesse emozioni.

Così, si può dire che sono stata innamorata di innumerevoli ragazzi.
I protagonisti dei miei libri: eroi spavaldi e affascinanti.
Con loro esploravo luoghi meravigliosi e fantascici, approdavo in posti lontanissimi, solcando gli oceani più vasti .
E più leggevo, più sentivo il bisogno di avere altri libri, di conoscere altre storie. La mia sete di lettura vinceva su tutto, persino sul sonno, la notte.

Molti dei miei pomeriggi da adolescente li trascorrevo completamente immersa nei romanzi: stesa sul letto a pancia in giù, ciondolavo con i piedi all’aria non curante del trascorrere del tempo o di chi mi stesse intorno.
Per un occhio inesperto la mia esistenza poteva apparire misera o quantomeno non così emozionante.
Per qualcuno che non riuscisse a vedere oltre il normale, il quotidiano o non avesse il coraggio di abbandonarsi all’immaginazione e partire per nuove esperienze.

Non ho nemmeno mai concepito la lettura come strumento per evadere dal mondo.
Non era una fuga, era un ampliamento della realtà.
Come un mondo che scoresse parallelamente al nostro, i due universi non si toccavano, ma mi era concesso di interagire con entrambi.

Qualche anno fa lessi “lezioni americane” di Italo Calvino, e tra i vari commenti e descrizioni delle tecniche e opere più famose della letteratura, rimasi catturata da una riflessione dell autore su un passo della divina commedia.
Si soffermó su una frase che Dante scrisse nel XVII canto del Purgatorio: “poi piovve dentro l’alta fantasia”.
Calvino riprese questo preciso verso commentando: “La fantasia è un posto dove ci piove dentro”.

Ora, a distanza di tempo, mi ritorna in mente questa piccola parte del libro.
E mi rendo conto di non essere mai stata completamente in torto su ciò che rappresentasse per me la lettura: se addirittura dei miseri eventi atmosferici possono intaccare la fantasia, vuol dire che quest ultima, alla fine, non è poi così distante dalla nostra realtà.
Quindi, non vedo perché non possa definirsi tale o essere ritenuto meno valido tutto l’affetto che ogni volta provavo per i protagonisti dei miei libri, a differenza di quel falso amore che ostentano sotto i nostri occhi molte delle persone che conosciamo.
O perché i paesaggi che così meticolosamente dipingevo nella mia mente, possano essere meno reali di ciò che ci circonda.

Ecco perché concepisco il mio rapporto con la lettura come un dare e ricevere.
Dono il mio tempo per riceverne dell’ altro, a dismisura.
Tempo per rilassarmi, per viaggiare, per riflettere, per essere.

Succede..

Non  so quando è successo,
ma qualcosa dentro di me è cambiato.
Come se avessi messo delle lenti sugli occhi dell’anima:
noto particolari e riscopro sentimenti che prima trascuravo.

È cresciuta la voglia di cambiare, ma più che cambiare me stessa, l’effetto che hanno su di me le altre persone.

E mi succede che non sono più così costante, né presente, chiusa in un limbo di emozioni banali e ripetitive.
Senza un’effettiva voglia di uscirne, se non vedo, al di là del varco, qualcuno per cui valga la pena impegnarsi.
Che mi porga la mano, e tenga la mia con una stretta sicura, forte, e non mi lasci ricadere.

Non ho più la pazienza di aspettare chi non arriva o la fiducia che la storia possa prendere una piega diversa.

È successo che ho smesso di correre, piantando saldi i piedi a terra.
Ho iniziato a guardarmi intorno, per capire, invece, se qualcuno stesse correndo verso di me.
Stupendomi di chi non avesse nemmeno fatto un passo, nella mia direzione.

Non sento più il bisogno, né mi affanno per tenere strette le persone.
Voglio che siano gli altri ad aver paura di perdere me.

So di non aver abbandonato il mio animo dolce e romantico, ma ho capito, che non sono poi così tante le persone a cui dimostrarlo.
E ancora meno, quelle che l’hanno apprezzato in passato.

Ho smesso di dare spiegazioni, o mettere a tacere incomprensioni, se non si coglie subito quello che intendo dire.
Prima o poi arriverà chi riuscirà a capirmi, senza bisogno di parole.

È successo che ho chiuso il cuore in cassaforte e conservo gelosamente la chiave, per non lasciarla in mani sbagliate.
L’ho chiuso insieme a quella parte di me che crede ancora negli altri, che si lascia convicere facilmente e si preoccupa inutilmente.

È successo che ho deciso di lasciare la vita un po’ al caso, e senza fare altro, vedere chi, invece, si impegna per scegliere me.

Sarà la sera.

Sarà che è mezzanotte e mezzo.
Sarà che oggi è stata una giornata un po’ stressante, che gli occhi mi bruciano per il troppo studio, tanto che dalle orecchie mi pare, a volte, di veder uscire del fumo.
Sarà che questo letto non profuma di casa o che non è abbastanza comodo, che non sento la tv accesa nel salone e che non vedo mia madre addormentata sulla poltrona col telecomando vicino.
Sarà che mancano otto ore al suono della sveglia e quindi ad una nuova giornata.
Sarà che la notte, più che darmi consiglio, porta con sé nostalgia e futili preoccupazioni.

Ma ora, distesa sotto la coperte, con le luci spente, sento solo il bisogno di essere a casa.
Di svegliarmi domani con la luce del sole che entra dalla finestra di Camera mia.
Con mio padre che urla nervoso, perché sono le sette e mezzo e farò tardi a scuola.
Con tante preoccupazioni in meno, ma la stessa poca voglia di alzarmi.

Ricordo quando l’unica cosa che volevo era scappare il più lontano possibile, dalla solita vita e da tutto ciò che credevo fosse ripetitivo e opprimente.
Quando mi lamentavo delle regole dei miei genitori, perché le reputavo troppo restrittive.
Quando mi sentivo in gabbia e pensavo che la fine della scuola rappresentasse uno dei traguardi più agognati e soddisfacenti.
Che l’università avrebbe portato tanta libertà e una nuova me.

Ed invece, mi sono resa conto, che le responsabilità sono aumentate e che non è così facile gestirle tutte insieme.
Che il caffè appena sveglia, ha preso il posto del latte col cioccolato.
Che il giro sullo scooter di 5 minuti per arrivare a scuola, è diventata la corsa per non perdere la corriera.
Che il tornare a casa per pranzo ed essere accolta dal profumo di cucinato, ora, è aprire il frigorifero sperando che sia rimasto qualcosa pur di non dover fare la spesa.
E che di tutta questa libertà che ho guadagnato col vivere da sola, non me ne faccio poi molto.

Sarà che mi mancano i miei, che forse la bambina nascosta dietro quest’apparente maturità non vuole saperne di crescere.
Sarà che la nostalgia di casa si percepisce di più la sera, e che di certo, tutte le ore di viaggio che dovrei fare per tornare giù, non aiutano a scendere più spesso.
Sarà lo stress per la sessione d’esame.
Ma questa sera, insieme ai soliti pensieri, fa capolino anche un po’ di malinconia.

22.01.2017
12:35 p.m.

La scelta.

frost

Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei                                                                                                           nel punto in cui ripiegava nel sottobosco;

Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’ aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.

Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
con foglie che nessun passo aveva annerito.                                                                                     Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.

Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io –
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.

Mai come in questo periodo della mia vita sento il peso e l’importanza della scelta.

E se prima pensavo che non avrei avuto alcun dubbio nel decidere quale sarebbe stato il mio avvenire, ora che ho 20 anni, ora che sono uscita da quell’ambiente protetto che è la famiglia, per entrare nel mondo universitario, nella realtà adulta, mi rendo conto di non avere più certezze.

Tutto quello che vedo è l’infinito: innumerevoli possibilità, innumerevoli strade e io ferma, davanti a questo grande e importante incrocio della mia vita, a contemplare le possibili “me” che potrei diventare.

E perché dover essere costretti a scegliere solo una di queste strade, perché doversi limitare e non poter essere molteplici persone contemporaneamente?
Una scrittrice, una scienziata, un’atleta, una filosofa, un medico, una ricercatrice. Tutte queste persone in una, forse non basterebbe una sola vita.

Ciò che mi affascina maggiormente è proprio questo: poter diventare chiunque. Ma incespicando nel bosco delle mie incertezze, sono però sicura di una cosa: voler fare la differenza.

Voglio prendere quelle strade percorse da pochi, se non da nessuno.
Non avere paura dell’ignoto, tuffarmi nel mare della vita nuotando con tutta me stessa per raggiungere i miei obiettivi.

Ecco perché l’importanza di fare la scelta corretta, la consapevolezza che scegliendo una sola di quelle strade non mi sarà poi concesso tornare indietro e percorrerne un’altra. Perché andando sempre più avanti troverò ad aspettarmi nuovi bivi con ulteriori e diverse possibilità.

Insieme a tutte le mie indecisioni e dubbi, ciò che mi blocca e spaventa di più è l’eventualità di commettere un errore.
Ma è inevitabile: il fallimento può essere la conseguenza di qualsiasi decisione. Sbagliare ci rende umani, ed è importante accettarlo. Non resta allora che rialzarsi dopo ogni caduta, con la consapevolezza di aver imparato qualcosa, seppur poco. Così da poter continuare il proprio cammino sperando in futuro di commettere sempre meno errori, per non avere rimpianti.

Come riuscire allora a “sbagliare il meno possibile”?
Forse cercando di non farsi condizionare da una società “che ci spinge solo a desiderare e fra i desideri a scegliere solo i più banali..” come afferma lo scrittore e giornalista Tiziano Terzani nel suo testamento spirituale “La fine è il mio inizio”.

In particolare sono rimasta colpita e mi hanno portato a riflettere queste sue parole: “Il vero desiderio, se uno ne vuole uno, è quello di essere sé stessi. L’unica cosa che uno può desiderare è di non avere più scelte […]. La scelta vera è quella di essere sé stesso.”

Per questo motivo, prima di imboccare una di queste tante vie che mi si presentano, adesso, devo scegliere me stessa.
Scavare nel profondo e trovare la parte più vera e nascosta di me, quella sommersa da una pesante coltre di convenzioni, regole, pregiudizi, paure e ansie. E riemergere, consapevole di aver chiaro quale ruolo assumere e contributo voler dare al mondo; in modo da poter diventare, un giorno, un’adulta sicura di sé, matura, indipendente.                                        
Una donna che vive e lotta per ciò in cui crede, soddisfatta della propria vita.

Una persona felice.

Riflessioni esistenziali.

Credo di aver sempre avuto l animo grande.

E no, non intendo l animo di una persona gentile, generosa, insomma grande in senso buono.
Intendo un animo di chi non si riconosce nell’età che ha, di qualcuno che si proietta sempre nel futuro, senza godersi a pieno il presente.

Ad esempio, fin da piccola ho cercato di immaginare il tipo di mamma che diventerò.
Temevo di diventare una madre troppo severa. Una di quelle che insistono molto sullo studio, perché convinte che se i propri figli prendono il massimo dei voti a scuola, allora senza alcun dubbio, riusciranno ad avere successo nella vita: un buon lavoro, soldi e tanta felicità.
E più passava il tempo più mi rendevo conto che non è sempre vero, anzi, non lo è quasi mai.
Studiare è importante, ma non è tutto.

Nella mia mente da dodicenne, la me del futuro appariva molto diversa da quella che sono ora e sicuramente, anche da quella che sarò dopo.
Spero però, non del tutto.

Mi immaginavo più alta, più matura e con una grande forza di volontà.
Una di quelle persone sicure di quello che vogliono fare, di chi vogliono diventare. Pronte a lottare contro tutto e tutti per ottenere ciò che desiderano e non una ragazza piena di dubbi e progetti lasciati a metà.

Mi auguravo di scegliere un lavoro che mi permettesse di girare il mondo.
Di vivere d’arte e di scrittura, scoprire nuove culture e affrontare avventure che da vecchia avrei raccontato ai miei figli, con negli occhi un velo di nostalgia.

Guardando indietro mi rendo conto invece, che molte delle scelte di vita che ho intrapreso, totalmente razionali e prive di una forte passione (come l iscrizione alla facoltà di ingegneria), mi stanno già allontando da quell’agognato futuro ricco di poesie, romanzi e azioni impulsive, dettate dal cuore.
Ma la vita spesso non segue i nostri piani, no?
E di certo, non i sogni di una bambina.

Spero ancora adesso di migliore il mio carattere, a volte davvero ingestibile.
Perché non vorrei diventare una di quelle mamme lunatiche, stressate per il troppo lavoro.
Diciamo molto simile alla mia, perché anche se non l’ho mai ammesso, assomiglio davvero tanto a mia madre.
Al contrario suo però, immaginavo di riuscire a trovare un equilibrio tra figura amichevole e di riferimento: in modo che i miei figli potessero sentirsi liberi di confidarsi e chiedermi aiuto per qualsiasi cosa, pur riconoscendo e rispettando il mio ruolo di genitore.
Traevo ispirazione dal rapporto tra madre e figlia della serie Una mamma per amica: incarnava perfettamente il mio ideale di madre, quella che desideravo a dodici anni.
Anche se, solo ora, mi rendo conto di quanto possa essere controproducente e assurdo.
La mamma è la mamma, non può essere un’amica.

Insomma, già in tenera età cercavo di immedesimarsi nei panni dei miei genitori, come avrei reagito al posto loro in determinate situazioni, davanti alle innumerevoli responsabilità e problemi quotidiani.
E col passare degli anni questo mi accade più spesso.

Ho solo 20 anni, eppure sento come se la mia giovinezza fosse finita, come se i tempi felici e spensierati fossero nient’altro che un ricordo lontano.
Ma tutto questo non mi rende triste, perché sono impaziente di mettermi alla prova.
Curiosa di vedere che piega prenderà la mia vita.
Si verificherà ciò che mi aspettavo o ad un certo punto, ci sarà uno di quei colpi di scena che cambiano l intero corso della storia, capovolgendo il finale?
Avrò una famiglia tutta mia? Una bella casa, magari con un grande giardino?
Un cane e perché no, anche un gatto?

Ho 20 anni e non ho paura del futuro, lo aspetto con ansia.
Forse è questo il problema.

In ritardo.

In ritardo, come al solito, entro nei giardini dell’istituto. Corro il più velocemente possibile calpestando aiuole e svicolando tra le persone.  Gli altri studenti mi seguono con lo sguardo infastiditi, domandandosi sicuramente perché una del primo anno stia creando tutto questo scompiglio alle otto e mezzo passate. Sapendo che non mi concederanno mai il permesso di entrare in classe per la prima ora.

Edward me l’aveva detto questa mattina:

<< Cat è inutile dannarti l’anima, ormai ti sei svegliata tardi. Rilassati. Vieni a fare colazione e inizia per bene domani. Ho comprato anche i tuoi dolci preferiti!>>

Subdolo da parte sua, voleva convincermi a restare a casa sventolandomi sotto al naso i muffin al cioccolato appena sfornati. In poco tempo il loro profumo aveva riempito la casa. Tutto questo mentre mi sistemavo in fretta e furia, per cercare di recuperare invano un po’ di tempo.

Non potevo rimanere con lui anche oggi, i corsi erano iniziati da qualche settimana e non avendo seguito le prime lezioni ero già parecchio indietro con il programma. Quello che doveva essere di per sé un giorno difficile, si stava rivelando un vero e proprio incubo.

Rimarrò chiusa fuori dal portone centrale, me lo sento.
Ma ci provo comunque, DEVO entrare a prima ora. Inizio a correre più veloce, maledicendomi per non aver sentito la sveglia questa mattina.

Intorno a me gli studenti del terzo anno si allenano per le prove fisiche di metà semestre, approfittando delle ultime giornate di sole e tepore prima che arrivi l’inverno. Qualcuno ridacchia vedendomi sfrecciare accanto ai campetti di addestramento. Immaginando come me, alla punizione che riceverò per essere arrivata in ritardo.

Alla WAYLON JOHNSON ACADEMY non è permesso sbagliare, men che meno presentarsi in classe mezz’ora dopo l’inizio delle lezioni.

Finalmente arrivo alla soglia del portone della scuola, in tempo per vedere il custode Reynold chiudermi le porte in faccia, sorridendo sotto i baffi.
Mi fermo a qualche metro dall’entrata e incredula rimango cinque minuti a fissare la porta chiusa. Perfetto, sono fregata. Sarebbe inutile pregarlo per farmi entrare, sarò costretta ad aspettare fuori, per poi entrare alla pausa di fine lezione.

Innervosita faccio cadere lo zaino vicino e mi siedo sugli scalini dell’ingresso.
Mi guardo intorno: il parco è così curato da sembrare finto, tutto è perfettamente in ordine e pulito.

Fin da piccola ho sempre desiderato poter essere ammessa alla J.W., e quando agli inizi di settembre è arrivata la lettera di ammissione, pensavo si trattasse di uno scherzo. Non riuscivo a credere di aver passato i test.
Certo, sapevo di avere buone probabilità, ho trascorso tutta l’estate a studiare e ad allenarmi per le prove fisiche. Ma ero a conoscenza anche di quanto fossero selettivi all’istituto, in più c’erano solo 20 posti disponibili per il corso del primo anno, oltre ai 10 già assegnati ai figli dei Dalit o intoccabili.

Una regola stupida a mio parere, andava contro tutti i principi meritocratici dell’istituto. Molti di quei ragazzi erano solo dei spocchiosi figli di papà, con l’unica preoccupazione di dover dimostrare, in qualunque occasione, la loro appartenenza alla casta sociale più alta: sfoggiando capi firmati e macchine di lusso. E di certo nessuna di queste cose rientrava come requisito per poter essere ammessi. Venivano privilegiati solo per il loro status sociale.

Nonostante le difficoltà, questa ammissione fu finalmente la prima buona notizia dopo tanto tempo. Era da mesi che non vedevo mio fratello così felice, quel giorno mi portò fuori a cena per festeggiare. Non smetteva di vantarsi con i suoi amici di quanto fosse fiero di me.

Purtroppo l’entusiasmo non durò molto: la J.W. Academy è tanto prestigiosa, quanto costosa.
Per pagare la prima rata di metà anno siamo stati costretti a diminuire le spese mensili, mio fratello a fare i turni doppi a lavoro e io a porre domanda per un posto come cameriera all’Agnus. La paga non è abbastanza per quanto facciano lavorare, ma almeno lasciano tenere le mance.

Distratta dai miei stessi pensieri non mi accorgo della presenza di una persona vicino a me. Mi volto curiosa per vedere chi fosse, quando il mio sguardo incrocia due occhi di un verde intenso intenti a fissarmi.

Un ragazzo alto e riccio si era fermato a meno di un metro da dov’ero seduta e mi guardava divertito.
Reggo lo sguardo finché non decide di voltare la testa dall’altra parte.
È vestito in modo molto semplice: jeans e maglietta nera a maniche corte.

Si sarà dimenticato di indossare la divisa, o forse no.
Anche se l’avesse fatto di proposito non starei sicuro a giudicarlo: i pantaloni color beige e la polo dell’istituto sono un vero pugno nell’occhio. Ma anche obbligatori all’interno dell’edificio.

Avrà un richiamo per il suo abbigliamento, oltre alla punizione che aspetta entrambi per essere arrivati in ritardo. Ma dal suo atteggiamento non sembra preoccuparsene più di tanto.
Giocherella con le chiavi della macchina in mano, ed essendo abbastanza vicina riesco a riconoscere il logo della macchina impresso sul portachiavi: una porsche.

Ed ecco il mio interesse per questo ragazzo calare a picco, sarà sicuramente uno dei dieci ragazzi con il posto assegnato che frequentano il mio anno.
Pff, non lo conoscevo ancora, eppure immagino già che ragazzo viziato ed egoista possa essere. Sicuro non meritava di essere ammesso alla W.J. academy per qualche sua dote, se non quella di essere particolarmente ricco.

Chissà cosa avrà avuto per guardarmi così divertito.
Abbasso la testa per controllarmi i vestiti, ma la gonna e la camicetta sembrano pulite e ancora stirate, nonostante la corsa di poco fa.
Non trovando niente di strano nel mio abbigliamento, decido di lasciar perdere, quando per sbloccare lo schermo del telefono, tocco involontariamente l’icona della fotocamera interna: ritrovandomi davanti la mia faccia ancora un po’ rossa per lo sforzo e i capelli mezzi raccolti e disfatti, in quello che prima doveva essere uno chignon quasi perfetto.

Ho un aspetto orribile, ovvio che mi stesse guardando divertito, sembro una pazza appena scappata dal manicomio.
Addio look da studentessa modello.